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02 agosto 2016

La lista

Secondi ore minuti
per terra ora di cena

giorni anni
risate libri spesa al mercato

stagioni foglie rosse asfalto che brucia
un maglione la strada musica

mesi scarpe

settimane ciglia lunghe
pioggia passi televisione

treni
liquore

parole

23 giugno 2016

1984

Di distopia non potremmo nemmeno parlare se il mondo descritto in questo romanzo è fatto di  così tanti elementi già radicati a fondo nel nostro presente: il controllo fisico e psichico, la costante presenza di telecamere, la cancellazione della memoria collettiva e individuale e la riscrittura costante della storia come strumento di propaganda politica, la costrizione a vivere nella violenza e nel controllo reciproco. 

Questo mondo infarcito di tecnologia e così familiare, già ci soffoca, ci inghiotte. 

Mi sembra anche che non sia esatto parlare di fantascienza, quanto piuttosto - in uno stile imbastito sulla semplicità di un tono puramente narrativo, inserito tra le righe e quasi sottobanco per ingannare il Grande Fratello - un saggio sul linguaggio, sulla relazione tra linguaggio e pensiero, tra linguaggio e coscienza.

La neolingua, la deprivazione premeditata costante e progressiva del lessico, l'introduzione di neologismi costruiti ad arte, le abbreviazioni e gli accorpamenti improbabili, è innegabile, ci stanno con il fiato sul collo.

Ed è proprio la neolingua la vera arma utilizzata nella storia, forse più efficace e disumanizzante delle torture, se è vero ciò che afferma Orwell, che senza parole sufficienti e adeguate non è possibile esprimere un pensiero articolato, e che eliminando intere sezioni dal vocabolario, l'uomo sarà progressivamente impossibilitato non solo ad enunciare concetti di una certa complessità ma anche a pensare in modo difforme da ciò che le poche parole a sua disposizione sono in grado di descrivere.

L'epilogo è già tra noi. A un vocabolario da chat già ci siamo già adeguati, e sul Grande Fratello Orwell si è rivelato addirittura ottimista. Lo abbiamo non solo accettato, ma amato fin dal principio, e senza bisogno di torture.

22 giugno 2016

Amors - Un'invisibile disarmonia


"La retorica dei buoni sentimenti è una spessa coltre che stendiamo sull'ambivalenza della nostra anima, dove l'amore si incatena con l'odio, il piacere con il dolore, la benedizione con la maledizione, la luce del giorno con il buio della notte, perché nel profondo tutte le cose sono intrecciate in un'invisibile disarmonia. E scrutare l'abisso che queste cose sottende è compito ormai trascurato della nostra cultura che con troppa semplicità distingue il bene dal male, come se i due non si fossero mai incontrati e affratellati. 
(...)
In ogni condanna che rivolgiamo agli altri c'è un volgare rigurgito di innocenza per noi stessi guadagnato a poco prezzo.
(...)
L'amore, che come ci ricorda Norman Brown è "toglimento di morte (amors)", confina con la morte, e sottilissimo è il margine che vieta di oltrepassare il limite che fa di uno sguardo sereno uno sguardo tragico."

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo

16 giugno 2016

Scheda N.4 - Arte


Disegno.
La matita frusciando va ad aggiustare traiettorie interiori soggette comunque all'energia-luce
Impossibilità di prescindere dalla materia per quanto astratta
Musica e visione
Musica e vibrazioni che scuotono la materia oscura del cosmo nel profondo, creazione di universi musica
Colloquio teorico attraverso la musica
Ribaltamento della visione e della musica nella parola
Coinvolgimento del mondo visuale nella musica e della parola nel mondo visuale
Ricerca dei canali di intreccio tra questi infallilbili universi se visti ognuno per sé
Misurazione della distanza dei gesti minimi e quotidiani dal senso di questi universi
Elaborazione plastica di ciò che è esclusivamente astratto.

19 maggio 2016

Le poesie di "Re Lucertola"

Versi acuminati, visioni sciamaniche di una coscienza ora alterata che un attimo dopo appare dotata di una chiarezza perfetta.
Nella prima parte della raccolta, I signori, l'universo è tutto nelle lacerazioni - dell'individuo tra sé e sé, tra sé e il mondo - che solo l'arte può tentare di risolvere.

Sono poesie in cui sopra ogni cosa si tenta di stabilire nessi, relazioni tra entità che nella loro essenza pura si disgregano, sembrano perdere consistenza.

Ogni elemento esiste in virtù di altro, di ciò che lo nega: l'individuo, diviso tra la realtà del fuori e il mondo "all'interno del cranio", "lo spettatore è un animale morente" che esiste solo quando lo spettacolo accade.

E' un lirismo tragico, teso a definire un mondo caotico e oscuro, dove l'io trova faticosamente un ruolo in questo compito di riordinatore concettuale, disegnatore poetico dei suoi confini, preda delle proprie sempre più incontrollabili elucubrazioni. Ne esce un disegno complesso a tratti confuso ma coerente, in cui innegabilmente campeggia sopra ogni cosa l'Arte con i suoi protagonisti. L'individuo si aggira in questo disegno con l'ingombro del suo corpo, che ostacola e incuriosisce poiché "non si può camminare attraverso specchi o nuotare attraverso finestre"; corpo che "esiste a beneficio degli occhi; diviene un fusto secco per sostenere questi due delicati insaziabili gioielli".

Le visioni si fanno via via più nebulose e spezzate, e nella seconda parte del volume, Le nuove creature, frammentano il linguaggio segnando il distacco definitivo della coscienza dal reale.
Il poeta implode e si disgrega in un universo ormai in preda al delirio incontrollabile dei versi
tossici in cui versa la sua mente.

E' comprensibile che queste liriche siano generalmente poco apprezzate perché a differenza del tragico poetico de I Signori, - in cui tutto è in fermento, ogni sforzo è vitale e proteso a disegnare un orizzonte, cercare un senso, un posto nel mondo -, qui è veramente difficile scorgere un filo o un tema che persistendo lasci impressa in chi legge almeno un'atmosfera, evochi un suono, un paesaggio interiore in cui sentire di potersi riconoscere o anche solo rifugiare.
Sono poesie più lunghe, più articolate dei pensieri sparsi de I signori. Tuttavia è il mondo di un uomo in frantumi che non concede né si concede la minima opportunità di partecipare alla vita o di costituire il proprio essere e mostrarsi attraverso le parole. Il monologo onirico e delirante di una galassia in espansione, che si allontana da quei lettori che sono "quieti vampiri" come gli spettatori dei film, e in un gesto estremo li investe dei suoi detriti. Nessuna tregua e ancor meno speranze, per il poeta, per l'uomo, per noi.

Il dramma si compie. Negarsi e negare le parole, annientarsi innanzitutto nel linguaggio, come è accaduto ad altri numerosi artisti, porta inevitabilmente all'autodistruzione, e alla morte.

13 maggio 2016

Sincronicità



Mentre continua il mio lavoro di esplorazione nei recessi ancora a me sconosciuti dei contenuti della produzione di David Bowie, cosa che già da un pò di tempo mi ha portato ad interessarmi a Jung, e mentre per altre non connesse strade, giungo a margine del lavoro di Michel Foucault di cui intravedo con difficoltà i confini, mi imbatto in questo post pubblicato sul blog della Stanford University, intitolato Rebel, Rebel? - Rivisiting the legacy of Michel Foucault via David Bowie. Un ritrovamento che ho trovato sorprendente e anche piuttosto divertente. L'immagine a corredo dell'articolo soprattutto, mi ha per qualche secondo decisamente spiazzato, come se qualcuno si fosse preso la briga di connettere due aree scollegate del mio cervello. L'esistenza di un articolo così specifico ha certamente un nesso acausale con le mie esperienze personali, e anche se il suo rinvenimento non è completamente casuale (poiché stavo effettivamente effettuando delle ricerche su Foucault), tutto questo mi porta direttamente a riflettere sul concetto di sincronicità di Jung.

La sincronicità, secondo Jung, si riferisce ad avvenimenti della realtà esterna che sono in corrispondenza significativa con un’esperienza interiore. Sincronicità non vuol dire “nello stesso tempo” ma “con lo stesso senso”.  Jung scrive: "Eppure resta un avvenimento inesplicabile, perché nelle condizioni dei nostri presupposti psichici, non ci si aspettava la sua realizzazione" (da Sincronicità - Coincidenze significative). Scrive Jung: "Io impiego dunque in questo contesto il concetto generale di sincronicità, nell'accezione speciale di coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Uso quindi il termine "sincronicità" in opposizione a "sincronismo", "che rappresenta la semplice contemporaneità di due eventi".  (La sincronicità, Carl G.Jung, Biblioteca Bollati Boringhieri, p.39)


La sincronicità è interessante, al di là di quanto possa essere convincente, poiché intende spiegare alcune esperienze non riconducibili alle leggi fisiche della cultura occidentale, non in senso magico, ma ammettendo che eventi psichici possano essere connessi ad eventi esterni alla psiche, per una eventualità fortuita che ha interesse soltanto per il soggetto che ne prende atto e ne ha coscienza. La psiche individuale si inserisce nel pensiero universale o meglio in un universo in cui si fondono psiche e materia, l'unus mundus (Jung si era aperto alla cultura orientale e si rifaceva in particolare all'I Ching di cui fa menzione più volte nei suoi scambi epistolari). In qualche modo tenta di formalizzare il mistero che nasce da accadimenti che si è costretti ad ignorare perché non circoscrivibili all'interno delle leggi fisiche comunemente accettate in occidente, la cui valenza è dunque per Jung statistica e non universale. Dal punto di vista dell'individuo che la sperimenta, interviene come una conferma implicita nel rafforzare la sua convinzione in scelte e percorsi in realtà già intrapresi, con l'aria di fargli prendere una strada senza pensarci, - come accadrebbe nel seguire un particolare odore che ci investe o per un impulso improvviso -  più spesso di quanto un individuo che si ritenga razionale sarebbe disposto ad ammettere.


Lo strano percorso Bowie-Jung-Foucault-Bowie-Jung (a cui dovrei già aggiungere ulteriori sentieri a latere come Orwell, Colin Wilson, James Hillman etc.) si sta rivelando articolato e non lineare e con ogni probabilità destinato ad arricchirsi di nuove numerose ramificazioni.

Mi piacerebbe essere in grado di disegnare una mappa simbolica di questo strano paesaggio in costante evoluzione, un giorno.

09 maggio 2016

Compromesso


















Desiderio di venire a patti con l'"Esterno", 

assorbendolo, interiorizzandolo. Io non uscirò, 
dovrai venire tu dentro di me. All'interno del mio giardino-utero 
da cui faccio capolino. Dove posso costruire un universo 
                     dentro il cranio, che rivaleggi con la realtà.


Urge to come to terms with the "Outside", by
absorbing, interiorizing it. I won't come out,
you must come in to me. Into my womb-garden
where I peer out. Where I can construct a universe
                      within the skull, to rival the real.



Jim Morrison,  The Lords and The New Creatures,  (trad.Elena Blank)

14 aprile 2016

Migrazioni


"E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città. La stradina che scende dalla cattedrale di Saint John the Divine e attraversa Morningside Park è a un quarto d’ora da Central Park. Nella direzione opposta, andando verso ovest, Sakura Park è a dieci minuti, mentre a nord si arriva ad Harlem costeggiando l’Hudson, anche se il traffico al di là degli alberi copre il rumore del fiume."

(Teju Cole - Città aperta


"Improvvisamente, con estrema violenza, si sentì riafferrare dal desiderio di ritrovarsi, pioggia o non pioggia, a qualsiasi costo, in mezzo alle valli: solo."

(Giorgio Bassani - L'airone)



"My name is Fabian Vas. I live in Witless Bay, Newfoundland. You would not have heard of me. Obscurity is not necessarily failure, though; I am a bird artist, and have more or less made a living at it. Yet I murdered the lighthouse keeper, Botho August, and that is an equal part of how I think of myself."

"Mi chiamo Fabian Vas. Abito a Witless Bay, Newfoundland. Non avrete sentito parlare di me. L'anonimato non è necessariamente un fallimento, comunque; sono un artista di uccelli, e di questo ho fatto più o meno una ragione di vita. Inoltre ho assassinato il guardiano del faro, Botho August, e questo è un aspetto di me che considero altrettanto importante."

(Howard Norman - The bird artist)




(Foto: Elena Blank)

05 aprile 2016

The Bewlay Brothers




La riscoperta di questo brano tratto da Hunky Dory e la ricerca di informazioni sulla sua storia mi ha portato alla pubblicazione di questo post. Propongo una mia traduzione (scusandomi per le probabili inesattezze) di un articolo tratto da Pushing Ahead of the Dame, vera miniera d'oro per quanto mi riguarda, ottima raccolta di analisi, brano per brano, di testi e musiche della sterminata produzione di Bowie. Hunky Dory ha segnato la vera ascesa di Bowie all'Olimpo delle star della musica, e ancora oggi è sorprendente come sia accaduto in questo modo, con brani così atipici, "strani", poco commerciali. The Bewlay Brothers è certamente un brano affascinante, melodico, in cui la passione acustica di Bowie è ancora molto presente, e in questo senso non troppo ostico. Eppure non manca l'unicità di una cifra stilistica che pure con enormi differenze tra un'era e l'altra della sua lunghissima carriera, tra un brano e l'altro dello stesso LP, persino tra una sezione e l'altra dello stesso brano, emerge ineluttabile, e potentemente, qui come altrove. Pur non essendo tra i brani che hanno segnato più di altri la mia crescita musicale, riascoltandolo ho avuto l'impressione di tornare alle origini di qualcosa che mi appartiene profondamente, un'epoca, un momento di formazione, un luogo dove accade qualcosa di specifico, di crescita personale. Probabilmente si tratta soltanto di un'atmosfera che mi cattura ancora con forza dopo moltissimo tempo, cancellando i limiti dello spazio e del tempo.
Ma questo è appunto il grande potere della musica.


The Bewlay Brothers

L’unica pipa che io abbia mai fumato è stata un’economica Bewlay. Era un articolo piuttosto diffuso negli ultimi anni Sessanta e per questa canzone ho usato il cognome Bewlay al posto del mio. Non si trattava soltanto di una canzone sull’essere fratelli e non volevo che venisse fraintesa usando il mio vero nome. Detto questo, non saprei come definire il testo di questa canzone se non suggerendo che esistono più livelli nascosti al suo interno. E’ un palinsesto, essenzialmente.”  – David Bowie, 2008

(Bowie qui usa il termine “palimpsest” nell’accezione artistica del termine, dove il palinsesto è il supporto pittorico di un’opera materica a più strati, probabilmente di opere diverse o composte in tempi diversi. [N.d.T.] )


The Bewlay Brothers è una delle ultime canzoni incise per Hunky Dory, l’unica che Bowie scrisse in studio (per le altre canzoni aveva creato dei demo anche mesi prima delle sessioni di registrazione per l’LP). Decenni più tardi, Bowie descrisse la nascita di questa canzone come impulsiva, quasi l'avesse vomitata:  “Avevo avuto enormi ammassi di parole da scrivere tutto il giorno.  La sera mi ero sentito distaccato e instabile, qualcosa aveva fermentato nella mia mente.” Registrò la canzone dopo che il resto della band era tornata a casa (anche se in seguito ovviamente ci furono delle sovraincisioni),  poi andò a bere al “Sombrero in Kensington High Street, o forse a quel locale fatiscente, La Chasse di Wardour Street”.

Bowie disse che era una canzone per il mercato americano. Quando il produttore gli chiese il perché, Bowie rispose che visto che gli americani amavano psicanalizzare i dischi, trovare indizi sulle copertine degli LP e in frasi buttate giù tanto per dire, aveva scritto una canzone per disorientarli. Al principio era sprezzante riguardo a “The Bewlay Brothers”,  la descrisse come “Star Trek con il giubbotto di pelle”, definiva il suo stesso testo incomprensibile. A posteriori sembra che Bowie fosse intenzionalmente evasivo a riguardo,  che cercasse di attutire la potenza del brano,  di evitare che il pubblico si avvicinasse troppo al suo vero significato.

I biografi hanno proposto interpretazioni risolutive del testo concentrandosi principalmente su Terry, il fratellastro schizofrenico di Bowie. (Cristopher Sandford: “La canzone infatti, aveva a che fare con lo schizofrenico Terry Burns”; George Tremlett spingendosi oltre ha specificato che il brano tratterebbe di una seduta spiritica che Terry e Bowie fecero negli anni ’60). Di sicuro lo sventurato Burns (che Bowie presto allontanò del tutto tagliando ogni contatto con lui) è il cuore della canzone; versi come “Mio fratello giace sui sassi/forse è morto forse no…” oppure “facevamo scappare i ragazzini” sembrano rifarsi ai tempi in cui Burns ebbe attacchi epilettici per strada, contorcendosi al suolo mentre il suo fratellastro lo guardava impotente. Ma una visione meramente autobiografica sarebbe certamente riduttiva, i Bewlay Brothers potrebbero essere altrettanto equivoci personaggi  gay come demoni, o due frammenti di una personalità in frantumi. (Bowie intervistato nel 2000: “Non sono mai stato certo di quale ruolo avesse veramente Terry nella mia vita, se Terry fosse una persona reale o se invece avessi a che fare con un’altra parte di me.”)
La verità, se ne esiste una, non sarà mai svelata: è sepolta da qualche parte all’interno di quest’opera magistrale di Bowie, che come ricompensa regala schegge di immaginazione, parole chiave sussurrate in sogno, nomi di dipinti perduti: "tempo di arroganza per i Ragazzi della Luna”; “il volto arcigno sul pavimento della cattedrale”; “una bugia enorme quanto speravano”; “sovrani dell’oblio”; “si sono comprati le loro posizioni con saccarina e fiducia”; “la crosta del sole”.

Un senso di stanca sconfitta si avverte in un verso come “E il libro impenetrabile che abbiamo scritto/oggi non potrà essere trovato”.

  
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Lester Bangs: “Ho visto Bowie la notte scorsa.”
Lou Reed: “Beato te. E’ molto triste.”
LB: “Ti ha fregato tutti i riff, ovviamente.”
LR: “Tutti rubano i riff. Tu rubi i tuoi. David ha scritto canzoni veramente grandi.”
LB: “ Oh andiamo. Tutti sanno scrivere belle canzoni! Sam the Sham ha scritto grandi canzoni! David ha mai scritto qualcosa di meglio di ‘Wooly Bully’?
LR: “Hai mai ascoltato “The Bewlay Brothers”, testa di cazzo?” 

(da “Let Us Now Praise Famous Death Dwarves,” Creem, March 1975.)
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“The Bewlay Brothers”, dopo un’austera intro di chitarra acustica e piano distorto, si compone di tre lunghi versi le cui ultime 14 battute fungono anche da chorus (una struttura simile ad altri brani precedenti come “Cygnet Committee”); i versi sono separati da intermezzi di chitarra da quattro battute, e si concludono con la bizzarra coda cantata da un coro grottesco a diverse velocità che sembra il ritorno dei fantasmi dei Laughing Gnomes (The Laughing Gnomes è un brano di Bowie molto simile a una filastrocca con giochi di parole nel testo, che uscì come singolo il 14 aprile del 1967 [N.d.T.]).

Considerando il brano come una serie di coppie di note, la canzone inizia in due chiavi alternate, modulando dal Re al Mi minore e ritorno; la voce di Bowie all'interno di certi versi ha l’eco; il piano e la chitarra di Mick Ronson a tratti sono così distorti da confondersi l’uno con l’altra; Bowie costruisce i primi versi di ogni strofa a coppie di battiti in rima da una sillaba (p.es., "SO it GOES/we WORE the CLOTHES/they SAID the THINGS/that MADE it SEEM", ecc.);  nei due intermezzi di chitarra le eleganti divagazioni della chitarra di Mick Ronson si contrappongono alle battute della chitarra acustica di Bowie. In chiusura l’alternarsi di Si minore e Fa, accordi che non si combinano tra loro (se il Si minore è la chiave, allora dovrebbe essere seguito da un Fa diesis, se la chiave è il Fa, dovrebbe trattarsi del Si bemolle): un binomio inconciliabile, così com’era tra i due fratelli.


La registrazione fu realizzata tra luglio e agosto del 1971. Un mixaggio alternativo del brano (decisamente differente dall’incisione dell’LP: le voci sono registrate a un volume molto più alto nella coda) fu inserito nel CD Ryko, rielaborazione  di Hunky Dory. Bowie non eseguì più il brano fino al 2002, quando ne registrò una versione per la BBC radio, scherzando sul fatto che il testo aveva molte più parole di Guerra e Pace. Parlò da uomo che non avrebbe riconosciuto il sé stesso più giovane se lo avesse incrociato per strada.


(Immagine in apertura del post originale: King Lear di Peter Brook, 1971)

22 febbraio 2016

Odore

Sono un pò stanca. Non ho nomi. E' più un odore di questi anni, una cosa che si respira nelle intenzioni, nei toni e nelle piccolezze che oscurano ogni possibile grandezza di questo nostro strano Paese.
Non ho voglia di leggere autori che ci insegnino quanto è positivo il nostro vivere, quelle cose sai, c'è del bello in tutto quello che stai vivendo, devi solo accorgertene.
Ho paura. Che il pericoloso sentimentalismo narcisista dei social stia tracimando sulla carta.
Né ho voglia di subire celebrazioni del dolore, o della dipendenza come unica via per riuscire a resistere fino al suicidio. No ecco, non ho voglia di sentirmi dire qualcosa, qualunque cosa riguardo al bello o al brutto del vivere, non sopporterei nemmeno una riga di scrittura saccente, in entrambi casi falsa che pretende di dirci com'è la nostra vita o come dovremmo guardarla.
Dov'è finito il dominio della storia, l'assenza dello scrittore, la cancellazione dell'autore.
Che si astenga almeno da qualunque tipo di generosità,  dall'insegnarci cose.
Datemi storie. Il resto del lavoro se permettete lo
faccio io.

13 febbraio 2016

Stig Dagerman - Il viaggiatore





Lui viaggia? Non so sembra immobile, bloccato in una gelida infanzia. Racconti spaventosi, dove il mistero è violato, e il grigio di essere ben oltre il confine della visione fanciullesca rattrappisce il lettore. Ma non ti va di uscire, non ti va di andar via prima di sapere se quel particolare bambino è riuscito a farcela. Se si salva e perché è uscito dal suo cerchio, perché così com'era non esiste più. Il testo critico su sé stesso scrittore è un piccolo atroce autoritratto. Continue domande su come rapportarsi all'infanzia, e non solo nel testo sull'educazione.

I racconti sono piccoli pozzi profondi.


10 febbraio 2016

Woody Allen e le olive





Ci ho fatto caso. I primi film di Woody Allen esaltano il sapore delle olive verdi denocciolate nell'insalata.

Non si tratta della musica, come si potrebbe pensare. Si tratta anche del clima sonoro in verità, se cominci non riesci ad ascoltare niente di diverso per giorni. Ma dei dialoghi impossibili. Che sono poi il vero motivo per cui guardiamo e riguardiamo questi film, le parole a cui ripensiamo anche dopo in macchina.
I dialoghi che nessuno fa.

Meno male che ci ha pensato lui.

08 febbraio 2016

Romanzo naturale - Georgi Gospodinov



"Romanzo naturale" dell'autore bulgaro Georgi Gospodinov, pubblicato da Voland, è un testo molto costruito e anche molto ambizioso a dispetto del titolo e della leggerezza che vorrebbe ostentare.

Così si presenta:

La storia naturale non è altro che nominare il visibile. Da
qui deriva la sua evidente semplicità e questo suo comportamento,
che di lontano sembra ingenuo - a tal punto è semplice e indotto
dall'evidenza delle cose.
UN FRANCESE CONTEMPORANEO
1966, Parigi

L'intento di situarsi su un piano metanarrativo in stile calviniano è quasi subito dichiarata nel desiderio espresso nei primi capitoli di creare un romanzo fatto soltanto di incipit, "innumerevoli piccole particelle, di sostanze primarie, cioè di inizi che entrano in combinazioni illimitate", "un romanzo che si avvia di continuo, promette qualcosa, arriva a pagina 17, e ricomincia da capo". In questo modo i personaggi saranno liberati "dalla predestinazione della loro storia". Più avanti sogna un romanzo solo di verbi. "Nessuna spiegazione, nessuna descrizione. Solo il verto è onesto, freddo e preciso".

La trama invece non manca, anche se sfilacciata, usata solo come pretesto. C'è un protagonista con un divorzio da affrontare. C'è un redattore che trova un quaderno, un manoscritto non firmato e senza titolo. Trovando il testo molto buono e non sapendo come rintracciare l'autore comincia a pubblicare stralci del romanzo sul giornale, fino a quando una donna si fa viva riconoscendosi nella storia. Fa sapere che l'autore è l'ex marito "uscito
di testa dopo il divorzio" e diventato barbone.
Rintracciato il barbone, il redattore scopre di chiamarsi come lui. Il barbone sparisce e il redattore decide di pubblicare il romanzo firmandolo di persona.

Il gioco di specchi sebbene non nuovo, è ugualmente intrigante e ben condotto, frammentato, interrotto da "una storia naturale dei gabinetti", o anche da un breve trattato sulle mosche.

D'altra parte, si chiede Gospodinov, "come è possibile oggi il romanzo, visto che ci è negato il tragico. Come è possibile persino il pensiero del romanzo, visto che manca il sublime".


Il romanzo di Gospodinov è dunque una ricerca di senso dell'atto stesso di scrivere oltre che esistenziale, senza che le due strade possano mai del tutto separarsi.

Solo il banale mi interessa.
Niente altro mi diverte così tanto.




26 gennaio 2016

L'uomo che leggeva il mondo



Che David Bowie fosse un grande lettore è noto da diversi anni. Ero ancora una ragazzina quando lessi un articolo sull'argomento. Possedeva una biblioteca con un numero impressionante di volumi, e si raccontava di quanto fosse avido e irrequieto nel leggere, come la sua natura curiosa e probabilmente per molti aspetti morbosa, comandava. Si diceva anche (cito a memoria) che uno dei difetti della natura umana che riteneva imperdonabile è la pigrizia mentale.
Tutto questo non fece che aumentare la già sconsiderata ammirazione che nutrivo per questo artista cervellotico, dotato di una sensualità astratta, tanto più distaccato e inspiegabilmente lontano dal concetto di volgarità quanto più si ricopriva di maschere eccessive, dall'umorismo tagliente come un rasoio, folle e inquietante come un clown venuto da altri mondi, sognatore ai limiti del consentito, ma sempre sorprendentemente ben attaccato ai fenomeni e alle aberrazioni del suo tempo. Una psiche tanto sfaccettata da contenere un gran numero, infiniti io credo, aspetti da scoprire. Così come la vita dell'uomo e dell'artista è stata fino all'ultimo infinita ricerca.

Riporto di seguito la lista dei cento libri preferiti di Bowie, in rete da molto tempo, ma in questi giorni prevedibilmente rimessa in circolazione, in buona compagnia di molte altre notizie, delle quali  la metà è imprecisa e un'altra buona percentuale è falsa - senza voler tener conto dei vari tentativi di sciacallaggio già attivamente all'opera, e credo di poter dire con sufficiente sicurezza che riguardo a questo siamo solo all'inizio. Come resistere all'impulso di impacchettare e rendere disponibile un nuovo prodotto da banco che già nasce in mille versioni diverse, vendibile anche senza ricetta, incredibilmente prolifico e buono (adesso) per tutti i mali?  Mi conforta pensare che proprio "lui" non possa non aver previsto tutto questo, e che come per tutti gli altri dettagli che riguardano l'epilogo della sua vita terrena, ha senz'altro pianificato ogni possibile implicazione.
    


























Tornando alla lista, anche nuda e cruda racconta di per sé diverse cose, per esempio che se di ingordigia letteraria si trattava, non era però cieca voracità. Per quanto detto finora comunque, anche questa è da prendere con le molle per così dire.
Tanto per cominciare - e per finire, almeno per ora -  a me i libri risultano essere 99...


The Age of American Unreason (2008) di Susan Jacoby
La breve favolosa vita di Oscar Wao (2007) di Junot Díaz, Mondadori
La sponda di Utopia (2007) di Tom Stoppard, Sellerio
Teenage: The Creation of Youth 1875-1945 (2007) di Jon Savage
Ladra di Sarah Waters, Ponte delle grazie 2013
Processo a Henry Kissinger di Christopher Hitchens, Fazi 2003
Il gabinetto delle meraviglie di mr. Wilson (1999) di Lawrence Weschler, Adelphi
A People’s Tragedy: The Russian Revolution 1890-1924 (1997) di Orlando Figes
The Insult (1996) di Rupert Thomson
Wonder Boys (1995) di Michael Chabon
The Bird Artist (1994) di Howard Norman
Furoreggiava Kafka (1993 )di Anatole Broyard, Sylvestre Bonnard
Oltre il Brillo Box. Il mondo dell’arte dopo la fine della storia di Arthur C. Danto, Marinotti
Sexual personae: arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson di Camille Paglia, Einaudi
David Bomberg (1988) di Richard Cork
Sweet soul music. Il rhythm’n’blues e l’emancipazione dei neri d’Americadi Peter Guralnick, Arcana
Le vie dei canti (1986) di Bruce Chatwin, Adelphi
Hawksmoor (1985) di Peter Ackroyd
Nowhere To Run: The Story of Soul Music (1984) di Gerri Hirshey
Notti al circo di Angela Carter, Corbaccio
Money di Martin Amis, Einaudi
Rumore bianco di Don DeLillo, Einaudi
Il pappagallo di Flaubert di Julian Barnes, Einaudi
The Life and Times of Little Richard di Charles White
Storia del popolo americano: Dal 1492 a oggi di Howard Zinn, Il Saggiatore
Una banda di idioti di John Kennedy Toole, Marcos y Marcos
Interviste a Francis Bacon di David Sylvester, Skira
Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, Mondadori
Gli strumenti delle tenebre di Anthony Burgess, Rizzoli
Raw (rivista di grafica) 1980-91
Viz (rivista) 1979 –
I vangeli gnostici (1979) di Elaine Pagels, Mondadori
Metropolitan Life (1978) di Fran Lebowitz
Fra le lenzuola e altri racconti (1978) di Ian McEwan, Einaudi
The Paris Review. Interviste (1977)
Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (1976) di Julian Jaynes, Adelphi
Tales of Beatnik Glory (1975) di Ed Saunders
Mystery train. Visioni d’America nel rock (1975) di Greil Marcus, Editori Riuniti
Selected Poems (1974) Frank O’Hara
Before the Deluge: A Portrait of Berlin in the 1920s (1972) di Otto Friedrich
Nel castello di Barbablù (1971) di George Steiner, Garzanti
Octobriana and the Russian Underground (1971) di Peter Sadecky
The Sound of the City: The Rise of Rock and Roll (1970) di Charlie Gillete
Riflessioni su Christa T (1968) di Christa Wolf
Awopbopaloobop Alopbamboom: The Golden Age of Rock (1968) di Nik Cohn
Il maestro e Margherita (1967) di Mikhail Bulgakov, Fermento
Journey into the Whirlwind (1967) di Eugenia Ginzburg
Ultima fermata a Brooklyn (1966) di Hubert Selby Jr., Feltrinelli
A sangue freddo (1965) di Truman Capote, Garzanti
Città di notte (1965) di John Rechy, Marco Tropea Editore
Herzog (1964) di Saul Bellow, Mondadori
Puckoon,  (1963) di Spike Milligan
The American Way of Death (1963) di Jessica Mitford
Il sapore della gloria (1963) di Yukio Mishima, Feltrinelli
La prossima volta Il fuoco (1963) di James Baldwin, Feltrinelli
Arancia Meccanica (1962) di Anthony Burgess, Einaudi
Nel ventre della balena (1962) di George Orwell, Bompiani
Gli anni fulgenti di miss Brodie (1961), Muriel Spark, Adelphi
Private Eye, rivista satirica britannica pubblicata dal 1961
La via senza testa. Lo zen e la riscoperta dell’ovvio (1961), Douglas Harding, 1961
Silenzio, John Cage, 1961
Strange People (1961), Frank Edwards
L’io diviso (1960), R. D. Laing, Einaudi
All The Emperor’s Horses (1960), David Kidd
Billy Liar (1959), Keith Waterhouse
Il Gattopardo (1958), Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, Feltrinelli
Sulla strada (1957), Jack Kerouac, Mondadori
I persuasori occulti (1957), Vance Packard
La stanza di sopra (1957), John Braine, Garzanti
Una tomba per un delfino (1956), Alberto Denti di Pirajno
The Outsider (1956), Colin Wilson
Lolita (1955), Vladimir Nabokov, Adelphi
1984 (1949), George Orwell, Mondadori
The Street (1946), Ann Petry
Ragazzo negro (1945), Richard Wright, Einaudi
The Portable Dorothy Parker (1944) di Dorothy Parker
Lo straniero (1942) di Albert Camus, Bompiani
Il giorno della locusta (1939) di Nathanael West, et al. Edizioni Beano, (fumetto) 1938 –
La strada di Wigan Pier (1937) di George Orwell, Mondadori
Mr Norris se ne va (1935) di Christopher Isherwood, Einaudi
English Journey (1934) di J.B. Priestley
Infants of the Spring (1932) di Wallace Thurman
Il ponte La torre spezzata (1930) di Hart Crane, Mauro Pagliai Editore
Corpi vili (1930) di Evelyn Waugh, Bompiani
Mentre morivo (1930) di William Faulkner, Adelphi
Il 42esimo parallelo (1930) di John Dos Passos, BUR
Berlin Alexanderplatz, (1929) di Alfred Döblin, BUR
Passing, (1929) Nella Larsen, Sellerio
L’amante di Lady Chatterley (1928) di D.H. Lawrence, Giunti
Il Grande Gatsby (1925) di Francis Scott Fitzgerald, Edizioni Clandestine
La terra desolata (1922) T.S. Eliot, BUR
BLAST (1914–15) di Wyndham Lewis
McTeague (1899) di Frank Norris
La storia della magia con un’esposizione chiara e precisa delle sue regole, dei suoi riti e dei suoi misteri (1896) di Eliphas Lévi, Edizioni Brancato
Canti di Maldoror (1869) di Lautréamont, Feltrinelli
Madame Bovary (1856) di Gustave Flaubert, Edizioni Clandestine
Zanoni (1842) di Edward Bulwer-Lytton, Ascoltalibri Edizioni
Inferno, da “La Divina Commedia”, (1308–21) di Dante Alighieri, Edizioni Clandestine
Iliade (800 A.C) di Omero, Infilaindiana edizioni