Pagine

16 gennaio 2018

Un'aria di destino




Un'aria di destino sparpaglia premonizioni con un suono di ali sbattute
ci saranno conseguenze
non ci saranno conseguenze

il liquido succedere dell'alba è disperso in un caotico silenzio
frammentarie deduzioni
latitanza del sogno
prosa imbronciata nel canestro della legna

possiamo eludere le foglie
bruciarle nell'acqua poco nota della mente
se ci impegniamo un poco





05 gennaio 2018

Anno nuovo



Solo il grido giovane può indossare
l'orgoglioso diritto di parlare con dolcezza al
mondo e non contro

Fermate la mia voce decrepita
Che strappino le gole infiammate mille urla
rabbiose crivellate a intervalli precisi
chioccolando la giusta poesia dalle grondaie

Che non arrivi mai ad ascoltare dalla mia bocca
il suono di sciroppo d'acero e tacchino al forno
corrotto e vile

piegata nella smorfia di una spiritualità
terrorizzata di ritorno.


(Elena Giacomelli, 2010, Granovisioni)

21 novembre 2017

Il Regno

Ecco chi sono: Ultima Sovrana del Regno di Me Stessa.
Qui prosperano Parole senza voce
suoni del mistero - certamente corde
risate di Follia
echi beffardi della Morte
luoghi stralunati del Tempo
chi siano i viventi nel Regno non so
nessuno che possa dire di conoscere
Neve Nera, sapete, è disciolta
piove sui crani
E la porta sul pozzo che non chiude mai

12 settembre 2017

Autunno



Si sciolgono le tendenze di Settembre
scivolo su una fetta di bresaola

Sconto i sogni del trenta per cento
Metto a dieta desideri e aspirazioni

07 settembre 2017

G.r.a.




La vita spesa sul G.r.a. non è di serie B
il tempo lavora come altrove
Lo striscione lacerato per Regeni a Tor Vergata mima una metafora banale

Davanti lo svincolo si curva incastrato nelle nuvole,
poco sotto l'insegna del Lidl
Bellezza di borgata ma più simile all'America

mi piace abitare la città triste

28 agosto 2017

Elegia di fine estate



Mi fermo a leccare i gusci dell'estate
mentre la strada si scioglie e le mele grandinano sui palmi

Dobbiamo tornare alle storie stremate di agosto
Al nettare fumato sui fianchi delle barche

Ancora ciechi dei riflessi sulla rosa di un ginocchio

03 agosto 2017

John Ruskin - Gli elementi del disegno


Con John Ruskin è stato un appuntamento non programmato, presso lo scaffale dei volumi in evidenza di una bella libreria di Roma.

Sfogliando "Gli elementi del disegno" edito da Adelphi, ho subito avvertito di avere tra le mani un testo stratificato, in cui se il disegno è oggetto del discorso, lo è come un frutto da raccogliere soltanto ad avvenuta maturazione. O se si preferisce, un pretesto, affinché chi legge possa dischiudersi gradualmente e spontaneamente allo spirito dell'arte in tutte le forme, appassionarsi, in primo luogo alla natura e all'idea di coltivare, e solo successivamente concentrarsi sul raccolto.

Se si vuole leggere il testo alla lettera, il raccolto è la capacità di disegnare e di dipingere. Ma più si procede con la lettura, più si avverte dietro ogni pensiero e suggerimento, l'idea che sottende all'intera opera e che ne domina il paesaggio: l'importanza della visione, del gesto di guardare ridotto all'osso, come atto puro. E' come avere a disposizione un sistema di coordinate per orientarsi nel rapporto con la realtà, e mi sembra che questo sistema possa essere valido per qualunque tecnica espressiva si abbia intenzione di utilizzare, compresa la scrittura.

Un approccio tradizionale, romantico,  alla natura e all'arte. John Ruskin non è stato un rivoluzionario. Tuttavia il suo tono diretto è moderno. Non è necessario essere rivoluzionari per essere interessanti. E così accade che leggo tanto volentieri i suoi scritti, di cui anche Marcel Proust si è occupato. E accade anche che nel farlo mi coglie una strana nostalgia di qualcosa di calmo, come un sentimento antico: il desiderio pungente di sedermi e conversare di pittura e di disegno, di Turner e di poesia, di letteratura e dell'arte, con un signore dallo sguardo limpido e acuto che non posso avere mai incontrato.


"
(...)

è sicuramente dannoso che qualsiasi rapporto con le finalità produttive venga a turbare la formazione dell'artista stesso

(...)

E' mia convinzione che l'eccellenza di un artista, in quanto tale. dipenda interamente (tralasciando le differenze di temperamento individuale e di personalità) dalla finezza della percezione (...) l'unica regola, del resto, che finora ho riscontrato senza eccezioni in materia artistica è che la grande arte possiede sempre quella finezza

(...)

ritengo che la visione sia più importante del disegno (...) Inoltre, per i giovani e gli studenti per diletto, è sicuramente più importante saper apprezzare l'arte altrui che non acquisire essi stessi una considerevole abilità artistica

(...)

Nessun individuo addestrato alla frettolosa esecuzione della moderna pittura all'acquerello è in grado di capire la maniera di dipingere di Tiziano o di Leonardo; rimarrà per sempre cieco alla finezza del tratto di artisti di quel calibro, e alla precisione del loro pensiero. Invece, per modesto che sia il livello di abilità manuale raggiunto dallo studente che adotterà il metodo illustrato nelle lettere qui di seguito, garantisco che se eseguirà una sola volta la serie degli esercizi suggeriti comincerà a comprendere che cosa sia l'arte dei grandi maestri; quando poi avrà fatto progressi negli esercizi, il piacere che proverà nel guardare la pittura delle grandi scuole e la nuova percezione della meraviglia del paesaggio saranno tali dal ripagarlo di una fatica molto maggiore di quella che io gli avrò chiesto di affrontare

(...)

inviterei a considerare se l'acquisizione di un'abilità tanto grande quale l'espressione pittorica del pensiero non meriti qualche fatica; oppure se sia concepibile, nell'ordine delle cose nel nostro mondo operoso, che possano ottenere un dono così grande coloro che non ne vogliono pagare il prezzo.

(...)

Vigoroso, nel senso di intrepido, va bene; ma nel senso di trasandato, troppo sicuro di te ed esibizionista, mille volte no; anche se non fossi un principiante, infatti, sarebbe comunque un cattivo consiglio. Una bravata si compie facilmente in poco tempo, ma un'opera buona e bella è di solito eseguita lentamente. Non troverai vigore nel modo in cui è dipinto un petalo, o l'ala di un uccello; e se la natura non è vigorosa nelle sue opere, credi tu di doverlo essere nella tua? Non dare retta, dunque, a ciò che dice la gente, e lavora pazientemente con la matita;

(...)

Se ogni volta vediamo nel modo giusto e ci proponiamo la cosa giusta, faremo progressi anche se la mano ha qualche incertezza. Ma se ci proponiamo un fine sbagliato, o non ci proponiamo nulla, non conta quanto ferma sia la mano.

(...)

Se sei in grado di disegnare quel sasso, sei in grado di disegnare qualsiasi cosa, purché sia disegnabile. Molte cose non lo sono affatto, come la spuma marina; si può soltanto suggerirne più o meno efficacemente, l'idea. Ma se impari a rendere il sasso nel modo giusto, tutto ciò a cui l'arte può arrivare è anche alla tua portata.

(...)

Se non guardi ciò che vedi, se cerchi di rendere i colori più vivaci o più smorti di quelli che hai davanti agli occhi e di procedere a tratti o a grumi di colore, o di coprire il foglio di linee <<vigorose>>, o comunque di rappresentare altro che la semplice, spontanea e compiuta tranquillità dell'oggetto davanti a te, puoi abbandonare la speranza di fare progressi. La natura non ti insegnerà nulla, se ti poni di fronte a lei come un padrone. Dimenticati di te stesso, invece, cerca di obbedirle, e l'obbedienza ti si rivelerà più facile e lieta di quello che pensi.

(...)

Ricordati sempre che un frammento eseguito con ogni cura vale più di molti scarabocchi; quando ti senti in vena di scarabocchiare, metti da parte risolutamente il lavoro, e non riprenderlo fino all'indomani.

(...)

Quando infatti sai disegnare i bolli sparsi fra le pieghe di un tessuto stampato, hai qualche probabilità di saper seguire le macchie nelle pieghe della pelle di un leopardo proteso in un balzo, ma se non sai disegnare il manufatto non potrai mai disegnare la creatura vivente. Così pure le striature del legno, disegnate minuziosamente, sono la migliore introduzione al disegno delle nuvole e delle onde marine; mentre i motivi vegetali inanimati del panneggio di un damasco, se ben rappresentati, ti metteranno in grado di districare con perizia gli intrecci delle foglie vive di un ciuffo di biancospino o di una sponda di violette.

(...)

Non bisogna incominciare dagli interstizi più grandi per passare a quelli più piccoli in seguito, occorre invece ritoccare tutto con metodo e regolarità fino a un certo limite, poi procedere un altro pò, e via di seguito, potendo così vedere sempre con chiarezza la parte già fatta e quella da fare.

(...)

Dobbiamo studiarci di raggiungere l'esattezza, a qualunque costo: in seguito ci accorgeremo che sappiamo essere esatti nella libertà.

(...)

Mettiti bene in testa fin da ora che nel disegno non si può esprimere nessun particolare con la stessa forza che ha nella realtà

(...)

I volumi illusori risultano sempre dalla parziale esagerazione delle ombre; quando te ne accorgi, hai la certezza che un disegno è di poco o nessun valore: un disegno o un dipinto di fattura veramente buona tende sempre a essere leggermente piatto.

(...)

Tutta la forza tecnica del dipingere consiste nel ritrovare quella che potremmo chiamare l'innocenza dell'occhio, ossia una sorta di percezione infantile di quelle macchie piatte di colore, per sé sole, senza la coscienza del loro significato, alla maniera in cui le vedrebbe un cieco se tutt'a un tratto ricuperasse la vista.

(...)

Nel corso dell'infanzia facciamo tali esperimenti senza riflettere, dopodiché, arrivati ad alcune conclusioni sul significato di certi colori, continuiamo a supporre di vedere quello che in realtà semplicemente sappiamo, e a stento abbiamo coscienza dell'aspetto reale dei segni che abbiamo imparato a interpretare. Sono pochissime le persone che sanno che l'erba colpita dal sole è gialla.
Orbene, da sempre ogni valente artista sa tornare quanto più possibile alle condizioni della visione infantile.

"

13 luglio 2017

Lamia



The scent grows richer, he knows he must be near,
He finds a long passageway lit by chandelier.
Each step he takes, the perfumes change
From familiar fragrance to flavors strange.
A magnificent chamber meets his eye.
Inside, a long rose-water pool is shrouded by fine mist.
Stepping in the moist silence, with a warm breeze he's gently kissed.
Thinking he is quite alone,
He enters the room, as if it were his own,
But ripples on the sweet pink water
Reveal some company unthought of
Rael stands astonished doubting his sight,
Struck by beauty, gripped in fright;
Three vermilion snakes of female face,
The smallest motion, filled with grace.
Muted melodies fill the echoing hall,
But there is no sign of warning in the siren's call:
"Rael welcome, we are the Lamia of the pool.
We have been waiting for our waters to bring you cool."
Putting fear beside him, he trusts in beauty blind,
He slips into the nectar, leaving his shredded clothes behind.
"With their tongues, they test, taste and judge all that is mine.
They move in a series of caresses
That glide up and down my spine.
As they nibble the fruit of my flesh, I feel no pain,
Only a magic that a name would stain.
With the first drop of my blood in their veins
Their faces are convulsed in mortal pains.
The fairest cries, 'We all have loved you Rael'."
Each empty snakelike body floats,
Silent sorrow in empty boats.
A sickly sourness fills the room,
The bitter harvest of a dying bloom.
Looking for motion I know I will not find,
I stroke the curls now turning pale, in which I'd lain entwined
"O Lamia, your flesh that remains I will take as my food"
It is the scent of garlic that lingers on my chocolate fingers.
Looking behind me, the water turns icy blue,
The lights are dimmed and once again the stage is set for you.

(The Lamia, Peter Gabriel)



“Too frail of heart! For this lost nymph of thine,
Free as the air, invisible, she strays
About these thornless wilds; her pleasant days
She tastes unsee; unseen her nimble feet
Leave traces in the grass and flowers sweet;
And by my power is her beauty veil’d
To keep it unaffronted, unassail’d,
By the love-glances of unlovely eyes,
Of Satyrs, Fauns, and blear’d Silenus’ sighs.”
…..
“Thou shalt behold her, Hermes, thou alone,
If thou wilt, as thou swearest, grant my boon!”
…..
“I was a woman, let me have once more
A woman’s shape, and charming as before.
I love a youth of Corinth – O the bliss!
Give me my woman’s form, and place me where he is.
Stoop, Hermes, let me breath upon thy brow,

And thou shalt see thy sweet nymph even now.
...
It was no dream; or say a dream it was,
Real are the dreams of Gods, and smoothly pass
Their pleasures in a long immortal dream.
One warm, flush’d moment, hovering, it might seem
Dash’d by the wood-nymph’s beauty, so he burn’d;
130
Then, lighting on the printless verdure, turn’d
To the swoon’d serpent, and with languid arm,
Delicate, put to proof the lythe Caducean charm.
So done, upon the nymph his eyes he bent,
Full of adoring tears and blandishment,
And towards her stept: she, like a moon in wane,
Faded before him, cower’d, nor could restrain
Her fearful sobs, self-folding like a flower
That faints into itself at evening hour:
But the God fostering her chilled hand,
140
She felt the warmth, her eyelids open’d bland,
And, like new flowers at morning song of bees,
Bloom’d, and gave up her honey to the lees.
Into the green-recessed woods they flew;
Nor grew they pale, as mortal lovers do.



14 giugno 2017

Zona di conforto

Così ecco, lo sciroppo caldo di questa giornata scivola via.
Eppure pulsa e batte come il mistero liquido in questa musica che ora mi accompagna: le composizioni stratificate e impossibili da decifrare in pochi ascolti, di Jeff Buckley (Non fatevi ingannare da quella voce che apparentemente tutto soverchia, o da una parvenza di semplicità, bisogna cercare un pò al di sotto della calda coperta di suoni segreti e di fragili armonie che ha il coraggio di osare, consacrarsi e raccogliere qualcosa di stupefacente ad ogni ascolto, in ciascun brano, e, in ogni singola versione dello stesso brano).

Sto scoprendo con intensa gioia che alcune scrittrici del passato si dedicavano al disegno.
Sylvia Plath per esempio. Praticandolo provava quel senso di pace "simile alla preghiera" in cui mi riconosco, e che evidentemente la scrittura non dà - scrivere è sfiancante, scrivere è un tributo che ogni persona che vi si dedichi con serietà sente di dover pagare a se stesso, pena quella ben nota frustrazione, e un bruciante senso di colpa.
Flannery O'Connor affermava che il disegno può aiutare a sviluppare lo spirito di osservazione utile a uno scrittore. E' certamente vero, anche se ho l'impressione che delle due cose l'una rappresenti lo smarrimento dell'altra.
Non mi sorprende dunque che numerosi scrittori e poeti abbiano sentito la necessità di disegnare e dipingere. E qualcosa mi dice che c'è ancora di mezzo lo sconforto dello scrittore.
Disegnare può essere appagante e perfino suscitare autentica gioia quando riesci con pochi segni a far emergere una visione, e le parole invece ti tradiscono.


"Ieri ho disegnato un bell'ombrello e una bottiglia di Chianti" (Sylvia Plath)





"Brutte scarpe e una bottiglia di Beaujolais. Comincio a vedere l'infinito in un granello di sabbia"

Da Sylvia Plath Drawings

29 maggio 2017

Jingle


Sono così squallide queste vezzose tendine charleston. Un jingle penetrante la cui stupidità esalta la piattezza di un risveglio ordinario. Mi indispone la leggerezza di questi svolazzi vermigli. Vorrei sentirmi dolce, invece.
Mi circondo di cose, compro cose per anestetizzarmi, proprio come tutti. Sono e voglio da sempre essere come tutti.




dalla mia vecchia casa  Vagamente sonnambula

07 maggio 2017

Flannery O'Connor - Tutti i racconti

Ogni racconto di di Flannery O'Connor è un colpo di scure che si abbatte sul lettore senza pietà. La difficoltà nel leggere questa scrittrice non deriva da un'oscurità del linguaggio, o da scelte stilistiche sperimentali come può accadere per esempio con Faulkner al quale viene spesso assimilata (in Faulkner peraltro lo sforzo richiesto viene ricompensato da una metodica traslazione della coscienza di chi legge in un altrove quasi tangibile, dove è possibile respirare ciò che le parole non chiariscono).
Nei racconti di Flannery O'Connor tutto accade nell'esattezza cristallina delle parole.
Non è amata incondizionatamente questa autrice, e con questo intendo procurarmi una buona giustificazione per averla conosciuta molto tardi. Comunque immagino sia effettivamente così, e credo che la motivazione più credibile sia che le sue storie sono crudeli, le conseguenze delle scelte dei personaggi e l'assurdità delle scelte, difficili da accettare, odiose in un modo che non permette di ignorare chi siamo nel mondo reale. Non è confortevole leggere e sentirsi smascherati nella flagranza delle proprie ottuse convinzioni. Senza metafore e oscuri simbolismi l'autrice ci mette in guardia contro le insidie dell'eccesso di virtù. E a quale scopo rendere impenetrabili i dettagli in realtà, quando tutta l'opera della O'Connor nel suo complesso è racchiusa tra i contorni di un'unica grande metafora. Non sentitevi troppo al sicuro, sembra tuonare a guisa di angelo vendicatore ad ogni racconto, voi che vi credete integri, addirittura giusti. L'inevitabile condanna è lì che attende all'epilogo di ogni storia, ed è sempre frutto di un gigantesco errore di valutazione, di una cecità incallita del protagonista. Eppure mi sento libera di leggere questi scritti illuminati dalla luce sinistra di una religiosità coriacea, come un monumento alle incoerenze della natura umana descritta in tutti i suoi più profondi aspetti laici, un'enciclopedia dell'odioso arroccarsi sulle proprie convinzioni che rivelano una totale incapacità di giudicare gli altri senza pregiudizi, e di conoscere chi si è veramente. Ed è con sconcertante maestria che nell'esaltazione delle certezze più resistenti, soprattutto se intessute di traboccante bontà e virtù, scheggia dopo scheggia in ogni racconto si va a lastricare il pavimento lucido e scivoloso dell'inferno.

23 gennaio 2017

L'Islanda non è abbastanza fredda


L'Islanda che emerge da questo romanzo non è un paese felice, e gli individui di queste storie non sono individui felici. Camminano incerti e barcollanti come ubriacati dalle intemperie delle loro esistenze.

La prosa poetica di Jón Kalman Stefánsson è a tratti ben costruita, toccante ma aspra come lo sono il freddo, gli odori, il pesante fango della fatica quotidiana, esistenze le cui prospettive si assottigliano sotto la lama del tempo che passa, i desideri che faticano a farsi spazio nei giorni tutti difficili al di là delle tragedie che pure accadono, pervasi da una sottile disperazione. In queste pagine storie e personaggi sono potenti e credibili.

In altre pagine però - sopratutto nella prima metà del libro e poi forse ancor più nelle ultime pagine - questo gelo si sgretola sotto un fastidioso compiacimento nell'uso delle parole, che a volte scivola nella pura e semplice sdolcinata banalità. La voce narrante qui è predicatoria e ammiccante, ingombra e  toglie spazio ai personaggi che senza di lei funzionerebbero benissimo; un esempio tra altri le pagine sull'abbraccio, pagine in cui l'autore sente l'esigenza di illustrarci la bellezza e il potere terapeutico di un abbraccio, e c'è da chiedersi chi davvero può sentire il bisogno di pagine di questo tipo, che avrebbero potuto tranquillamente essere omesse senza che la storia patisse alcun danno.

Peccato perché c'è tanto materiale in questo libro, c'è un contenuto che per lo più si adatta perfettamente alla forma, tutto sommato equilibrata nel difficile compito di descrivere i sentimenti, lo sforzo di vivere una vita piena, di sentirsi in grado di assolvere i difficili ruoli che la famiglia come istituzione impone.  Margrét emerge tra i vari personaggi come figura femminile di grande intensità e inquietanti contraddizioni.

In conclusione questo romanzo pubblicato da Iperborea non mi ha convinto completamente, ma è stata una lettura tutto sommato interessante. Non so se mi cimenterò nella lettura di Paradiso e Inferno. Qualche timore c'è di imbattersi in un elogio "insopportabile" della letteratura.





21 gennaio 2017

Il vaso

Un altro vaso sconcio
e un riflesso verde smeraldo

ci battiamo per la pronuncia del chatworld
senza comunicare altro che svendite

salta-fosso primordiale

un gran minestrone dietrologico




05 gennaio 2017

Pietà urbana

Un granello di polvere al di sotto della perfezione.
Alla finestra l'alba glaciale, la pianura deserta incendiata dal vento.
C'è calore in un angolo remoto della mente. Pensiero che batte e ribatte incalzante come un'ossessiva riaffermazione.
La sirena espande le sue grida e per un istante la vita intorno esita.
Ecco che l'uomo riprende il suo discorso privato che non può più tenere per sé, e va e va e va e va, si mette a discutere e a gesticolare, la voce si estende, impreca e imbastisce la sua arringa incespicando nel pianto, la voce lavata dalla morte vibra, scivola in un lamento balbettante, geme angoscia ubriaca, si ferma e ricomincia, poi si ripiega, si accascia sull'asfalto e si rialza continuando a gridare contro qualcuno che tutti giurano non è mai stato lì. Le parole non servono, ma la voce, oh la voce si.
C'è bisogno di una nuova intonazione del dolore, che puntuale arriva, e si lascia dietro un cimitero di bellezza.  Un motore si allontana fumando e la ragazza con i capelli appiccicati al viso viene via dall'ospedale contro la notte, cammina con le mani in tasca, più veloce, corre, corre.
Quello che si poteva creare si è bruciato sotto un liquido rossastro, sulle piastrelle di un bagno pubblico della stazione. Tutta la vita non vissuta è compressa nella fuga lurida del pavimento, sotto il dorso della mano abbandonata.
La paura si arresta e anche le ragioni per girare la chiave della porta.
Così sembra.
Ma questa città non si arrende. La ragazza esce in strada, barcolla. Non sai cosa arretra dietro la fronte di tutti i volti apparentemente impermeabili che popolano il marciapiede, sotto la pelle delle braccia appese nel metro. Vorrebbe cedere alla nausea. Resistere. Sottrarsi al vecchio becero istinto nichilista: arrogarsi il primato della solitudine incurabile. Non è una città di replicanti. Quella donna con un velo colorato. L'uomo sporco. Il ragazzo con le cuffie sopra il berretto. Non lo sa, non può. Non è l'unica consapevole. Gli altri. Tutti. L'amico cinese. La ragazza con il padre ubriaco. Il ricco imprenditore di ascensori che continua a dare le sue festicciole chic. Quei due in fila al cinema, questo signore con il giornale. Target di mercato in isolamento. Se lo ripete: lo sanno, lo sanno, lo sanno, lo sanno... Il grido si espande dentro e le allaga le vene.
Ferma a riprendere fiato come un bambino, con il silenzio per un secondo soltanto spinto giù nel fondo delle orecchie, con l'estate lontana chiusa fuori, troppi muri più in là. Il freddo nella schiena. Non finisce, rallenta. Sembra strano. Il climax stesso pare arrivare incredulo, che non sia il fiotto di piacere dell'esplosione sferragliante che ci percuote ripetutamente il midollo, che non sia quello che ci aspettavamo, che sia l'unicità del momento, che rallenti fino ad arrestarsi e poi riprenda a salire, che venga dalle grida dell'uomo salito in alto ben oltre il nostro livello di sicurezza, e che gridando e sapendo di noi, adesso ci guarda, finalmente ci vede e grida ancora più forte verso il cielo, senza pietà, grande, sudato e magnifico come una creatura irreale saettante e mostruosa.
Non è chiaro se facendolo si stia rivolgendo a noi, contro di noi. Potrebbe darsi, è quasi certo, che lo faccia anche per noi.





20 dicembre 2016

My business

I must create a system or be enslav'd by another man's.
I will not reason and compare.
My business is to create.


(William Blake, Jerusalem)

10 ottobre 2016

Orizzonte

La delete della voce
come una natura senza linguaggio
come sparare sulle stelle

viaggiavi al contrario
sapevi chi eri o tentavi soltanto mille strade di valenza?
in volubili strisce di carta appiccicata ai vestiti
eri cosciente o eri in fuga
vagante di un piccolo personale cosmo-angoscia
salvifico razzo interstellare stralunato tra mille
intromissioni nelle galassie-coscienza

ci sono e c'erano tele strizzate sulle strade rosse
perfette lineari incubatrici per le tue  - e mie -  grandi ossessioni
crocifissioni alberi e paurosi segni morti
sensazionali fusioni di peccati

quello che capivo
quello che non capivo
e che non so e che non capisco
il tuo vero piano il tuo solo progetto
farmi vedere farci lottare
combattere per la tua guerra e una pietra nera

era pieno di luce il nostro inverno
ho viaggiato tanto a lungo  
il treno era grigio la musica distorta
graffiavo con foga ogni simbolo indelebile
e tu ritornavi con un'illusione più grande
tutto, tutto, tutto compresso in un gorgoglio impossibile
e perfetto

tutta la vita in un bacio sulla morte

ora il terrore è qui davanti alle istruzioni di un codice
e non c'è più il tempo

ora senza una strada uccido pietosamente le luci di mille divergenze
e nel precipitato di un orizzonte
apro gli occhi

chiedendo di dormire

04 ottobre 2016

L'arte

Tu hai detto: 'Le domande innocenti sono anche le più pericolose'.
Non ho capito cosa significasse. Anche quando la banalità ti offendeva e ti rabbuiavi all'improvviso, quando la volgarità strappava il velo della tua imperturbabilità,  non sapevo interpretare completamente le tue ragioni.
Amavi ferire perché la superficialità ti causava un dolore. E solo nel dolore di un altro potevi specchiarti.
Tremavi d'arte.
Volevi che il mondo intero tremasse, in stato di assedio, alla spada della tua innocenza.